Archive for Febbraio, 2007

Cara, ho mal di testa… Mercoledì, Febbraio 21st, 2007

Non ce la posso fare…


San Valentino Mercoledì, Febbraio 14th, 2007

Auguri a te e a tre quarti della palazzina tua.


Noi, ggiòvani del giardinetto della Tuscolana - 2 Lunedì, Febbraio 12th, 2007

Ci sono delle ragioni per cui si chiudono i commenti a un post. Qualche volta perché un post è troppo personale o intimistico, per farlo commentare.
Altre, perché inizia una guerra carampunica con miliardi di commenti non controllabili.

Quando invece lo fai in corsa, dopo una decina di commenti che hanno dimostrato che stai totalmente vaneggiando, è generalmente - nella mia opinione - perché sei un coglione estremo. Con un filo di boria, anche.
Quello che segue è il commento che avrei voluto far seguire a uno sbrodolamento primordiale - ennesimo - di Carlo:

Carlo, ‘nnamo su. Io non pretendo uno stipendio da 2000 euro al mese. Ma almeno 500 euro per fare parte del lavoro che fai te, me la devi dare. Almeno 500 euro. Per (soprav)viverci.

Ed è inutile che fai quello incazzato, che “siamo frustrati che si sfogano”, che “stiamo tutto il giorno a scriverci il blog” (mentre tu in questo preciso momento cosa stai facendo? Revisore dei conti online?): hai cercato di fare la paternale? Hai fatto un discorso generale su “noi ggiòvani debosciati”? Benissimo: l’hai fatta fuori dal vaso.
Perché la realtà non è quella tua, di ex sessantottino represso diventato peggio degli adulti che la tua generazione contrastava. La realtà è quella di noi “ggiovani” di tutti i giorni, che mentre tu “monetizzi un po’ più tardi la tua professionalità” alle nostre spalle, noi non riusciamo ad andare avanti giorno per giorno, senza l’auto di genitori, amici, parenti o miracoli. Non ce la facciamo. Quindi, prima di fare la paternale generalistica e populistica a chicchesia, forse sarebbe il caso che dessi un’occhiata attorno a te, senza i tuoi costosi occhiali da sole da XXX euro e la macchina di tua proprietà o l’appartamento in centro in cui vivi da solo.

Vivere con altre persone? Caro Carlo, noi lo facciamo dai tempi dell’università. Sai quanto pago per una camera (*camera*) a Roma, quasi in periferia? 400 euro. Sai quanto se ne pagano, a Piazza Bologna? Sui 400 pure lì, ma si sfiorano i 500. Già ti sento: “Chissà che camere v’aspettate”. E io ti dico: ma tu dove credi che viviamo, nelle regge del Maraja? Viviamo il più delle volte in camere appena vivibili.

E ora scusami, devo andare. Potrei anche andare a fare in culo in un Ministero, ma anche il miraggio del posto statale c’avete tolto: c’avete messo i vostri figli.

Comunque sappiatelo, poveri quasi-trentenni stagisti: la colpa è nostra. Siamo dei frustrati.


Noi, ggiòvani del giardinetto della Tuscolana Lunedì, Febbraio 12th, 2007

Alle volte, me le fanno proprio girare.

Leggo su BrodoPrimordiale una filippica paternalistica su i ggiòvani che non trovano lavoro, i ggiòvani che non sanno fare un colloquio, i ggiòvani che pretendono di essere pagati…

Bene, amico mio, te lo ripeto anche qui:

Carlo, io di lavorare, imparare, migliorare, sapere cose nuove, viaggiare, confrontarmi, dialogare, affrontare problemi e risolverne sarei davvero entusiasta.
Ma poi devo anche mangiare. E pagare un affitto. Che - a Roma - costa *come minimo* 300 euro in una camera fatiscente. Lo “stipendio dignitoso” offerto dalla tua azienda ci arriva, a 300 euro? Probabilmente sono anche di più, e la tua azienda è un faro acceso nel buio, fortunello te.

Durante la mia formazione universitaria, ho fatto 6 mesi di stage presso l’ANSA. Ovviamente non pagati. Al primo giorno mi hanno detto che ero molto bravo, che avevo azzeccato i titoli (dannati titoli) al primo colpo. Dopo sei mesi avevo scritto articoli più o meno di qualsiasi argomento, dalla cultura all’economia alla politica (era la tanto bistrattata Redazione Multimedia). Passavo *io* il tempo a “formare” i nuovi stagisti, insegnargli l’utilizzo dei programmi.
Dopo i sei mesi? Un ciao ciao con la manina, e tutti a casa. Altro che formazione: è sfruttamento.

Pochissimi mesi fa, sono andato a fare un colloquio in una agenzia pubblicitaria: giacca, camicia, jeans, scarpe eleganti. Sobrio.
Il lavoro è un po’ più creativo rispetto alla mia formazione universitaria, ma è un campo che mi è sempre interessato e si trattava di uno stage formativo.
Salgo, stringo la mano al padrone della baracca, mi siedo, mi spiega che questo è uno stage, ovviamente non pagato, che non è necessaria una competenza vera e propria anche perché il mestiere del pubblicitario è un mestiere che si impara sul campo.
Perfetto.
Poi prende il mio curriculum e fa “Ma tu sei interessato a questo tipo di lavoro?”
Ovvio, pirla, altrimenti non avrei inviato il mio CV. Capisco che ci siano milioni di persone che inviano CV per disperazione, un po’ ovunque, ma nel momento che ti confermo il mio interesse e mi profondo in una filippica pro-lavoro-pubblicitario, tranquillizzati.
“No, perché vedo che hai una formazione universitaria giornalistica. Se vuoi fare il giornalista, magari non ti conviene lavorare qui. Ma tu sei interessato a questo tipo di lavoro?”
Ok, forse i pubblicitari sono un po’ duri di comprendonio. Se sono qui a fare il colloquio vuol dire che sono interessato, altrimenti non perderei tempo a parlare con te.
“No, perché qui hai una formazione giornalistica…”
Abbi pazienza, Selezionatore. Il mio CV te l’ho inviato prima. Tu lo hai letto, *devi* averlo letto per farmi richiamare dopo due o tre mesi dall’invio dello stesso. E quindi lo sapeva *già prima* che avevo una formazione giornalistica. Lo decidi ora, che questa formazione diventa una discriminante? Ma come, non mi hai detto dieci secondi prima che “non è importante la formazione, perché il mestiere di pubblicitario non te lo insegna nessuno, lo impari sul campo”? Fai pace col cervello, eh.
Se ci sono altri motivi me lo devi dire, altrimenti come diamine faccio a “formarmi”?

Mio caro Carlo, io ho una visione un po’ diversa del mondo del lavoro attuale, rispetto alla tua.
Ci sfruttate, non ci pagate, non ci formate, non ci educate, non ci valorizzate, non ci considerate e non ci rispettate neanche.
Ti dirò, ci prendete anche un po’ per il culo e pretendete che siamo contenti della cosa.

Dirai: non è il caso della mia Meravigliosa Azienda Faro Nel Buio. Perfetto, fantastico: beato te e chi ci lavora o ci verrà a lavorare. Ma non fare la paternale a noi *ggiòvani*.

Noi ggiòvani siamo completamente sfiduciati riguardo al nostro futuro, e siamo nauseati da un mondo del lavoro che avete creato “voi adulti”, non certo noi ggiòvani, e che anzi noi dobbiamo solo subire.
Non possiamo comprarci una casa. Non possiamo andare a vivere da soli. Non possiamo mettere su famiglia, a meno che non siamo completamente incoscienti. Non riusciamo a comprarci una macchina. Non riusciamo a vedere al di là di un anno nel futuro, perché sappiamo che - nonostante i nostri impegni e la nostra preparazione - da qui a un anno le nostre condizioni lavorative potrebbero cambiare da un giorno all’altro.

E non è certo colpa nostra, mio caro Carlo. È colpa vostra, di voi “splendidi quarantenni”.


Io sò io, e voi non siete un cazzo Lunedì, Febbraio 5th, 2007

“I morti del sistema calcistico purtroppo fanno parte di questo grandissimo movimento che le forze dell’ordine non sono ancora in grado di controllare”

Ecco: va a farci parte te, che noi di domenica c’abbiamo da fare.