
Posso dirlo? Lo dico.
Finalmente.
Finalmente una campagna comunicativa come si deve: coraggiosa, naturale, intelligente e allo stesso tempo di rottura. Siamo delle persone, ci amiamo, viviamo accanto a te, siamo liberi come te, non facciamo niente di assurdo, ci baciamo.
E con una foto bella. E con una coppia bella. Una immagine che rompe gli schemi: perché i due non sono uno sciampista e un modello. Non hanno una galleria d’arte. Non sono giornalisti. È un muratore, in un cantiere. Con tanto di guanti in gomma. E un ragazzo con gli occhiali, con su una camicia. Scura.
Pure l’altra immagine, nella pagina descrittiva del progetto, è bella. Anche lei. Non patinata come quella della Ra-Re (ci siamo accontentati di poco, all’epoca). Con quel bambino che guarda attento i vasetti di omogeneizzati, cicciottissimo che non è altro. Due guanciotte stupende. E il padre - o lo zio, o un vicino, o un amico di famiglia, machissenefrega! - che lo tiene sulle spalle, mentre assieme al suo compagno decide cosa comprare. In un supermercato.
E quanto ci voleva a farla, una campagna del genere? Eh, amici dell’ArciGay? Signorina Imma (scusi, l’ho distratta dai conti dei guadagni del Village), che ne dice? Era difficile? Ragazzi del Mieli? Che siete tutti, dei cicisbei che non v’è venuto in mente? Fior fiore di creativi.
Invece arrivano i sardi, che sono un popolo avanti, cazzo. E ci fregano tutti.
E dice Aelred, su Queerblog:
Un’iniziativa lodevole e, speriamo, anche utile; che forse dovremmo riproporre, in modo diverso, in altre realtà italiane.
Ale, leggi il titolo di ’sto post, va.