
Ryan Eggold: lo guarderò soltanto per lui.

Ryan Eggold: lo guarderò soltanto per lui.
Io fin da piccolo sono stato attratto dalla manualità , e mi affascina l’idea di una professione in cui metti le mani in uno spazio così ristretto.
Giulio Berrutti, protagonista maschile de “La figlia di Elisa. Ritorno a Rivombrosa”, parlando delle sue scelte professionali future.
Poi uno dice, eh!
Sorvoliamo - per un attimo - sul ricicciamento da parte di Distretto di Polizia 7 della solita trita e ritrita trama mafiosa (ma non ce n’eravamo liberati con la Ferrari e la Pandolfi?): che agli autori italiani di fiction mancasse la fantasia, l’abbiamo già detto.
La cosa che mi sconvolge è il ritratto fasullissimo che viene dato dei calabresi e della mafia calabrese. Oddio, intendiamoci: non è che io voglia arrivare agli estremi del mio collega Tassonomico, secondo il quale la ‘ndrangheta la dovremmo quasi ringraziare, che ci fa vivere meglio. Però abbiate pazienza… Almeno scegliete degli attori che mostrino un minimo di credibilità . Non chiedo tanto, no?
Perché non so a voi, ma a me quel dialetto calabrese che sa d’artefatto a chilometri di distanza, fa un po’ accapponare la pelle. Come anche questa sottospecie di ‘ndrangheta glam, così tanto “siciliana” (pure troppo: hanno preso gli stilemi della mafia e glieli hanno appiccicati, che così si risparmia tempo e fatica).
Sopravviverò. St’immagine patinata della criminalità calabra si va ad aggiungere all’antipatia di Dapporto, alla retorica eccessiva di tutte le puntate, alla mancanza di credibilità del personaggio di Giusti (che pòrello, ci prova e s’impegna e secondo me si farà ), a Francesca Inaudi e alla sua faccia da quanto so’ figa mbronciata (ne “L’uomo perfetto” ci stava anche bene, ma ora basta!), al solito sensazionalismo della serie.
Se volevano rendere Distretto di Polizia una serie inguardabile, direi che ce l’hanno fatta.
A proposito di peracottari, non è che i blogger italiani si siano poi inventati nulla (’sta cosa la ripeterò all’infinito, perché di carica innovativa della blogosfera italica neanche l’ombra).
È che davvero in Italia non ci riesce di far diversamente: peracottari in Rete, peracottari nel marketing, peracottari nell’imprenditoria, peracottari nella politica… e chi si salva più?
È inutile che facciamo finta di non accorgercene. Non ci vuole mica tanto a rendersene conto, basta controllare la personalissima cartolina tornasole della cultura e della società del Bel Paese. E sappiamo tutti di quale specchio (non deformante) stiamo parlando: la televisione.
Vedete, la nostra televisione è in crisi. Sì, sto dicendo un’ovvietà ma evidentemente della cosa non importa a nessuno, visto che le cose non cambiano.
Sono anni, ormai, che manca un prodotto televisivo italiano che possa essere definito davvero di successo. A parte, forse, Distretto di Polizia (e questo vi dice tutto).
Tolta la serie con Isabella “Schizofrenia” Ferrari, Claudia “Spocchia” Pandolfi e Giorgio “Ancora più spocchia” Tirabassi, che cosa rimane? Solo robaccia che viene spacciata per fenomeno dell’anno, ma che poi - guarda caso - non riesce a superare neppure la seconda stagione: Elisa di Rivombrosa, Orgoglio, Gente di Mare, Provaci ancora prof… Solo per citare i primi che mi siano venuti in mente.
La colpa di chi è? Degli attori cani che ci ritroviamo? Troppo facile scaricarla su di loro: dopotutto sono quelli che ci mettono la faccia, poverini, e in qualche modo dovranno pur campare.
No signori, qui la colpa è solo degli autori. Autori, anche questi, peracottari. Non si spiega, altrimenti, questa mania di copiare prodotti statunitensi senza apportare alcun cambiamento alle caratteristiche dei personaggi o alle dinamiche delle storie.
C’è solo di che mettersi le mani fra i capelli: RIS (che pare sia destinato a proseguire ancora per un po’, nonostante la mono-espressione di Lorenzo Flaherty) ruba a piene mani da CSI, ma anche La omicidi ripeteva lo stesso testo a pappardella; Nati Ieri riprende le tematiche ospedaliere di E.R., ma Medicina Generale riesce ad andare oltre e lo copia TUTTO, praticamente parola per parola.
Perfino Vivere è diventata la versione sbiadita e monocorde di “Tempesta d’amore”. Degli italiani che copiano i tedeschi nel parlare di sentimenti. I tedeschi, eh.
Ora tutti mi pianteranno la solita manfrina: “Eh, ma mica è colpa degli autori… sono i produttori che vogliono queste storie… è il pubblico che premia questi temi…”. Sì, come no: infatti sono tutti dei flop clamorosi.
La verità è che in Italia gli sceneggiatori e i soggettisti televisivi - ma non solo quelli, guardiamo anche al cinema - sono ben felici del loro fancazzismo, della loro nullafacenza.
Oggi pomeriggio ho avuto la “fortuna” di vedere l’ennesima replica di Caterina e le sue figlie, e (non fossilizzandomi sull’unica cosa decente della storia, la tematica gay, come invece ha fatto Lord Lucas di TVblog) mi sono ritrovato davanti una ribollita di Ugly Betty e Il Diavolo Veste Prada: come se il mondo della moda (o della pubblicità ) fosse l’unico in cui una donna sfigata e sciatta può finalmente trovare riscatto. Come si fa a dare la colpa a Virna Lisi o a Roberto Farnesi se gli autori scrivono sempre le solite noiosissime banalità .
Ma si sa, all’Italia piace la mediocrità e ci sguazza felice, populista come Beppe Grillo. Dovremmo guardare all’estero in ben’altri modi, invece.
Come alla Spagna, dove un gruppo di ragazzetti s’è inventato un serial gay SUL WEB praticamente a costo zero, diventato famoso in tutto il paese e anche fuori.
Un bello smacco per questi autorucoli da strapazzo italiani, sempre pronti a scaricare la responsabilità su qualcun’altro e a fregarsi le mani nel venir pagati per scrivere il nulla.