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HO LA CASA
ATTENZIONE: Questo post è un manifesto. Un modo per chiedere scusa e allo stesso tempo ringraziare chi mi ha ospitato, chi mi ospita e a chi in futuro potrebbe capitare di ospitarmi. Lo scrivo qui quando potrei dirlo a voce, perché - per quanto possa non sembrare - ho delle difficoltà a esprimere bene a parole quello che penso; farlo per iscritto aiuta. Naturalmente non c’è bisogno di alcuna risposta da parte di chi ha avuto a che fare con me: facciamo finta di nulla e andiamo avanti a vivere tranquilli. Mi basta che lo sappiate.
“L’ospite dopo tre giorni puzza”. C’è una ragione per cui questo genere di frasi rientra nell’orbita della saggezza popolare, anche se il più delle volte non se ne capisce il vero significato fino a quando non si vive il tutto sulla propria pelle.
Nel caso della frase in oggetto, l’accento non è tanto su una mera questione temporale di buona etichetta, che prevede una scadenza pari alla frutta matura prima di marcire; più che altro il problema risiede tutto nello status di “persona che si fa ospitare”, che inevitabilmente - nonostante la buona volontà di ospitante e ospitato - porta a una condizione di tensione e “incrinamento” dei rapporti. È un discorso semplice.
L’ospite perfetto non esiste. Per quanto si tenti in ogni modo di dare il minor fastidio e di essere il più utili possibile, ci si ritrova comunque sempre a far qualcosa di sbagliato che infastidisce chi ti ha aperto. Tenendo sempre presente che - di riflesso - per quanto ci sia la massima disponibilità e elasticità da parte dell’ospitante, ci sarà sempre qualche azione compiuta da chi si tiene in casa che semplicemente si ritiene irritante.
È la natura: l’uomo è un animale asociale e abitudinario. Costruiamo il nostro microcosmo con fatica e siamo refrattari ai cambiamenti (grazie a Dio, ne abbiamo tutto il diritto). Succede inevitabilmente: nelle convivenze studentesche e post-studentesche, nella vita di coppia, nella convivenza, nella vita matrimoniale, persino in quelle brevi parentesi che sono le nostre vacanze (alzi la mano chi non è andato in gita con ottimi amici senza ritornarne quanto meno un po’ stranito: fortunello, tu).
Del mio mese e mezzo di calvario milanese (ancora non concluso) come pellegrino neo-traslocato privo di fissa dimora, ho imparato questo: il disagio dell’essere ospitato. Sono solito essere io quello che fa i favori, quello disponibile; stavolta sono passato “dall’altra parte della barricata”, e la cosa non è stata per nulla piacevole: nella vita si imparano tante cose, era giusto che vivessi anche questa esperienza.
C’è da dire che sono stato fortunato: ho trovato persone gentilissime, disponibilissime e soprattutto pazienti. Sia nei miei confronti, che nei confronti di una situazione precaria e sfiancante che sfibra me e chi mi sta attorno. Le ringrazio tutte, e mi scuso all’infinito per gli errori che ho potuto commettere e che probabilmente ancora commetterò (senza neanche rendermi conto di farlo).
Se c’è qualcosa che ho compreso da questo capitolo della mia vita, è che un trasloco improvviso è come una lente distorcente. Nel mio caso è riuscita a evidenziare molti degli aspetti peggiori di me (compresa una certa tendenza al patetico), e questo non mi rende per nulla felice. Servirà da lezione, sperando - a parentesi conclusa - di non mettere in bilancio troppi danni.
La Vecchia, Cara Amica Giusyâ„¢ me lo ripete periodicamente. Al mare, in montagna, in giro a far compere, mentre passeggiamo, girando in macchina, parcheggiando, mangiando. Più o meno tante volte quante dico “Non capisco perché non trovi mai una persona che sia una”. Lei mi risponde, precisa: “In realtà tu non stai cercando nessuno”.
Non so se valga anche negli altri casi - probabile - ma in questo periodo, onestamente, non posso far altro che darle ragione.
Io in questi ultimi tempi non sto cercando nessuno. E non ho alcuna intenzione di farlo.
Sto affrontando qualcosa che, a ben vedere, quasi certamente è più grande di me: cambiare lavoro; cambiare amicizie; cambiare città , in una Milano che è tradizionalmente ostile con gli outsiders come me, indipendentisti ad oltranza e quindi senza la voglia o il diritto di impelagarmi nel gruppo degli outsiders stessi, che fanno comunella e si fanno forza a vicenda.
Senza una casa, un letto dove dormire, un tetto mio sotto cui rifugiarmi, delle abitudini e delle routine che non siano il lavoro a cui aggrapparmi nei momenti di crisi.
Me la sono cercata. Ho voluto questa situazione con tutte le mie forze, sperando in una possibilità di cambiare, di muovermi, di mettermi alla prova. Di dimostrare di essere vivo, di negare la mia esistenza opaca. E ora affronterò tutto come meglio posso, sperando di non affogare e sapendo che al 99% non lo farò, perfettino di merda che non sono altro.
E allora forse mi metterò a cercare qualcuno, per costruire una storia o anche solamente per far sesso (che sarebbe pure ora, a 26 anni). O forse no, continuerò a non farlo. Esattamente come ora.
Ma per ora il problema non si pone. Per ora no, non sono pronto. Ripassate fra cinque minuti.
Dovrei fare le valigie. Il treno parte alle 13.30, e nel mezzo ho altri impegni vari ed eventuali. E dovrei fare le valigie.
Invece me ne sto sdraiato sul letto, seminudo e coperto solo da un piumino dalla fodera nera e verde acido, e cerco di sopravvivere.
Sopravvivere ai giorni di corsa passati, sopravvivere a quelli futuri e sperare in un po’ di quella pausa che non mi sono concesso nelle ultime due settimane, tanto da stare quasi male fisicamente per la stanchezza.
Un trasloco sfibra.
Devo fare un migliaio di pacchi, e ancora non riesco a capire bene come muovermi.
Fra poco meno di una settimana sarò a Milano - definitivamente - e la mia vita cambierà . E questo l’ho messo in conto, e mi piace pure.
Il problema sono le due - risicate - settimane prima, fatte di lavoro, saluti agli amici romani, e impacchettamenti.
Impacchettamenti. Sono davanti alla mia - risicata - camera singola a Roma, e non so neanche da dove iniziare. Alcune cose dovranno andare in Calabria, dove finirà anche la mia macchina (si parte oggi in mattinata, se mi riesce). Altre verranno salite pian piano a Milano, appena troverò una casa mia.
Ma queste alcune “cose” sono tante, e raccapezzarsi è un gran casino.
