Mi hanno definito “una lippa”. Pare sia un complimento
Archive for the ‘A cat in the city’ Category
Sapete che vi dico? Vi dico che anche io - come il deejay 24enne di Roma - parlo di omosessualità e di lotta alla discriminazione. Anche io affronto, spesso e volentieri, queste tematiche.
E vi dirò di più. In Rete, di me, potete trovare tutto. Tutto. Nome, cognome, (vecchio) numero di telefono, indirizzo di casa giù in Calabria, varie foto del viso.
Se un’altra coppia - o un singolo personaggio, o una simpatica squadra di sprangatori - decidesse di seguire l’esempio del Dinamico Duo romano e di aspettarmi sottocasa e di scartavetrarmi contro un muro, avrebbe vita facile.
Paiuuura, eh? Io l’ho realizzato ieri sera, discutendone a cena con amici. E magari ci possiamo pure scherzare, ma questo è un problema serio. Una eventualità neanche tanto remota. Per la serie: potrebbe succedere anche a me. E anche a molti altri che sul Web, a parlare di questi argomenti, ci hanno messo la faccia. I rischi del mestiere? “Te la sei cercata”? Sì, avete ragione.
Ma siccome non sono uno che ami farsi limitare dalle sclerosi altrui, e siccome mi rendo conto che ci sta poco da fare, ché se qualcuno è scemo è scemo e un modo di far del male lo trova comunque, io je dò ‘na mano.
Amabili sprangatori, listen to me. Ché ci stanno un po’ di aggiornamenti sulla mia vita di cui magari non siete a conoscenza, e non mi va di farvi perdere tempo. Se vi dovesse venir un’insopprimibile voglia di prendermi a randellate, sappiate che:
- ora vivo a Milano
- attualmente sto dalle parti di Viale Corsica, ma a breve mi sposto a Porta Venezia (quindi magari organizzatevi per tempo)
- porto spesso la barba lunghetta, come nella foto segnaletica delle Info (solo che ho lo sguardo decisamente meno sveglio, il che è tutto dire)
- lavoro dalle parti di Milano est
- mi trovate spesso al Mono, più o meno ogni giovedì
Ora venite e picchiatemi pure. Mi raccomando, eh: botte da orbi. E specificate bene che lo fate perché sono frocio. Vi sfido. Ché magari una rondine non fa primavera, ma due persone pestate a sangue fanno rumore.
Visto da fuori, Bollate è proprio un posto di merda.
Buttiamola giù dura: non sono sicuro di essere contento di quello che vedo. Di quello che vedo di me, intendo.
Sta roba l’avrò scritta almeno un migliaio di volte, me ne rendo conto. Alla lunga stucca (ma questo è un difetto comune a molte cose che mi riguardano, io compreso), ma abbiate pazienza.
Il punto è: il mio rapporto con l’alcool comincia a essere poco sano. E non tanto perché io abbia bisogno di tutta una serie di alcolici per vivere felice - grazie a Dio, no - ma, più che altro, perché non sono più in grado di gestire il limite fra l’ubriacatura accettabile e quella che no. Non me ne rendo proprio conto.
Un minuto prima sono lì, allegro, con un bicchiere in mano che chiacchiero con persone varie ed eventuali, col mio consueto stile “ape di fiore in fiore” orientato al conoscere più persone possibili e al dare una mano; e un minuto dopo vago per la sala completamente ubriaco, ridendo sguaiatamente, a volte urlando, più spesso caracollando sul pavimento o su oggetti in mezzo alla sala, interagendo con altre persone più o meno ubriache di me, ma anche con chi è ancora vagamente sobrio. Tutto senza soluzione di continuità, senza che mi renda minimamente conto del passaggio da uno stato all’altro.
Non va bene. Non va bene perché rischio - e sarà già successo in passato, sicuro - di dar fastidio a persone che tutto vogliono tranne che essere simil-aggredite da un nano peloso ubriaco™. Non va bene perché finisco per fare delle cose che in altre situazioni non avrei mai fatto, e poi il giorno dopo è difficile venire a patti con se stessi. Non va bene perché la gente finisce per identificarti con questa versione distorta della tua persona, questa versione malsana. Non va bene perché mi ritrovo a invidiare la coolness di molte persone con cui mi ritrovo a che fare, che fanno una figura decisamente migliore della mia. Non va bene perché essere il giullare di corte può apparire divertente dall’esterno, ma vi assicuro che a guardarsi da dentro qualche dubbio ti viene.
E per quanto un’amica mi abbia ricordato che “se qualcuno ti giudica per come sei quando sei ubriaco, fidati, alla lunga non ti sei perso niente”, e io non me la sento decisamente di darle torto, io non sono sicuro di voler essere quello che si ubriaca di brutto, lo sfigato di tanti cliché da film americano. Non sono per nulla sicuro.
Un excursus dei momenti topici del WordCamp milanese di ieri, 10 maggio 2008. Bella location, bella gente, ovviamente lo speech più interessante era quello meno organizzato (AskBeggi, presto on-line).
Questo è Gatto Nero, il frocio più famoso di Internet
Wolly, descrivendomi alla di lui compagna e agli astanti.
Questo è Gatto Nero, il blogger più stylish di Internet
Vari ed eventuali, ai quali rispondevo con uno sguardo interrogativo a loro e ai miei vestiti da accattone.
(entusiasta) Ah, ma tu sei gattostanco?
(delusa e alla-direttore-supremo-con-fantozzi) Ah, no.Una che non era Selvaggia Lucarelli
Ti immaginavo più alto
Remyna, durante l’aperitivo post-camp.
La mia risposta? “Anche io”
HO LA CASA
ATTENZIONE: Questo post è un manifesto. Un modo per chiedere scusa e allo stesso tempo ringraziare chi mi ha ospitato, chi mi ospita e a chi in futuro potrebbe capitare di ospitarmi. Lo scrivo qui quando potrei dirlo a voce, perché - per quanto possa non sembrare - ho delle difficoltà a esprimere bene a parole quello che penso; farlo per iscritto aiuta. Naturalmente non c’è bisogno di alcuna risposta da parte di chi ha avuto a che fare con me: facciamo finta di nulla e andiamo avanti a vivere tranquilli. Mi basta che lo sappiate.
“L’ospite dopo tre giorni puzza”. C’è una ragione per cui questo genere di frasi rientra nell’orbita della saggezza popolare, anche se il più delle volte non se ne capisce il vero significato fino a quando non si vive il tutto sulla propria pelle.
Nel caso della frase in oggetto, l’accento non è tanto su una mera questione temporale di buona etichetta, che prevede una scadenza pari alla frutta matura prima di marcire; più che altro il problema risiede tutto nello status di “persona che si fa ospitare”, che inevitabilmente - nonostante la buona volontà di ospitante e ospitato - porta a una condizione di tensione e “incrinamento” dei rapporti. È un discorso semplice.
L’ospite perfetto non esiste. Per quanto si tenti in ogni modo di dare il minor fastidio e di essere il più utili possibile, ci si ritrova comunque sempre a far qualcosa di sbagliato che infastidisce chi ti ha aperto. Tenendo sempre presente che - di riflesso - per quanto ci sia la massima disponibilità e elasticità da parte dell’ospitante, ci sarà sempre qualche azione compiuta da chi si tiene in casa che semplicemente si ritiene irritante.
È la natura: l’uomo è un animale asociale e abitudinario. Costruiamo il nostro microcosmo con fatica e siamo refrattari ai cambiamenti (grazie a Dio, ne abbiamo tutto il diritto). Succede inevitabilmente: nelle convivenze studentesche e post-studentesche, nella vita di coppia, nella convivenza, nella vita matrimoniale, persino in quelle brevi parentesi che sono le nostre vacanze (alzi la mano chi non è andato in gita con ottimi amici senza ritornarne quanto meno un po’ stranito: fortunello, tu).
Del mio mese e mezzo di calvario milanese (ancora non concluso) come pellegrino neo-traslocato privo di fissa dimora, ho imparato questo: il disagio dell’essere ospitato. Sono solito essere io quello che fa i favori, quello disponibile; stavolta sono passato “dall’altra parte della barricata”, e la cosa non è stata per nulla piacevole: nella vita si imparano tante cose, era giusto che vivessi anche questa esperienza.
C’è da dire che sono stato fortunato: ho trovato persone gentilissime, disponibilissime e soprattutto pazienti. Sia nei miei confronti, che nei confronti di una situazione precaria e sfiancante che sfibra me e chi mi sta attorno. Le ringrazio tutte, e mi scuso all’infinito per gli errori che ho potuto commettere e che probabilmente ancora commetterò (senza neanche rendermi conto di farlo).
Se c’è qualcosa che ho compreso da questo capitolo della mia vita, è che un trasloco improvviso è come una lente distorcente. Nel mio caso è riuscita a evidenziare molti degli aspetti peggiori di me (compresa una certa tendenza al patetico), e questo non mi rende per nulla felice. Servirà da lezione, sperando - a parentesi conclusa - di non mettere in bilancio troppi danni.
La Vecchia, Cara Amica Giusy™ me lo ripete periodicamente. Al mare, in montagna, in giro a far compere, mentre passeggiamo, girando in macchina, parcheggiando, mangiando. Più o meno tante volte quante dico “Non capisco perché non trovi mai una persona che sia una”. Lei mi risponde, precisa: “In realtà tu non stai cercando nessuno”.
Non so se valga anche negli altri casi - probabile - ma in questo periodo, onestamente, non posso far altro che darle ragione.
Io in questi ultimi tempi non sto cercando nessuno. E non ho alcuna intenzione di farlo.
Sto affrontando qualcosa che, a ben vedere, quasi certamente è più grande di me: cambiare lavoro; cambiare amicizie; cambiare città, in una Milano che è tradizionalmente ostile con gli outsiders come me, indipendentisti ad oltranza e quindi senza la voglia o il diritto di impelagarmi nel gruppo degli outsiders stessi, che fanno comunella e si fanno forza a vicenda.
Senza una casa, un letto dove dormire, un tetto mio sotto cui rifugiarmi, delle abitudini e delle routine che non siano il lavoro a cui aggrapparmi nei momenti di crisi.
Me la sono cercata. Ho voluto questa situazione con tutte le mie forze, sperando in una possibilità di cambiare, di muovermi, di mettermi alla prova. Di dimostrare di essere vivo, di negare la mia esistenza opaca. E ora affronterò tutto come meglio posso, sperando di non affogare e sapendo che al 99% non lo farò, perfettino di merda che non sono altro.
E allora forse mi metterò a cercare qualcuno, per costruire una storia o anche solamente per far sesso (che sarebbe pure ora, a 26 anni). O forse no, continuerò a non farlo. Esattamente come ora.
Ma per ora il problema non si pone. Per ora no, non sono pronto. Ripassate fra cinque minuti.
…è che sto cercando casa.
Dovrei fare le valigie. Il treno parte alle 13.30, e nel mezzo ho altri impegni vari ed eventuali. E dovrei fare le valigie.
Invece me ne sto sdraiato sul letto, seminudo e coperto solo da un piumino dalla fodera nera e verde acido, e cerco di sopravvivere.
Sopravvivere ai giorni di corsa passati, sopravvivere a quelli futuri e sperare in un po’ di quella pausa che non mi sono concesso nelle ultime due settimane, tanto da stare quasi male fisicamente per la stanchezza.
Un trasloco sfibra.
Devo fare un migliaio di pacchi, e ancora non riesco a capire bene come muovermi.
Fra poco meno di una settimana sarò a Milano - definitivamente - e la mia vita cambierà. E questo l’ho messo in conto, e mi piace pure.
Il problema sono le due - risicate - settimane prima, fatte di lavoro, saluti agli amici romani, e impacchettamenti.
Impacchettamenti. Sono davanti alla mia - risicata - camera singola a Roma, e non so neanche da dove iniziare. Alcune cose dovranno andare in Calabria, dove finirà anche la mia macchina (si parte oggi in mattinata, se mi riesce). Altre verranno salite pian piano a Milano, appena troverò una casa mia.
Ma queste alcune “cose” sono tante, e raccapezzarsi è un gran casino.
“Ieri era una splendida domenica di sole, uno di quei giorni che ti viene voglia di uscire, di vedere tutto sotto quella luce brillante.
Ma non può (si sa) andare tutto come uno lo immagina. Così vedi che tua moglie è strana, la vedi pensierosa, e con gli occhi lucidi. Ti avvicini titubante e timoroso e le chiedi cosa è successo. E qui crolla la serenità. Incominci a rinfacciarti che non è più possibile andare avanti cosi; che non è giusto che lei sia costretta ad andare anche la domenica al lavoro e i lunedì a pulire i negozi per pochi euro. Non trova mai il tempo per staccare la spina, non la porto mai fuori, non le faccio mai una sorpresa, che con la mia misera busta paga non si campa più.
Ha ragione. E’ amaro, duro, avvilente, a trentasei anni sono un fallito non arrivo a 1500 euro.Con un mutuo da 700 euro mensili bollette, auto, tasse e mense scolastiche (sì, ho due splendidi bambini), rate dell’auto, benzina, condominio, ecc. non riusciamo neanche a fare la spesa regolarmente.
Così, “incavolato” prendo i due bimbi ed esco con loro, li porto al parco poi alle giostre li faccio divertire come non facevano da qualche tempo. Verso la via del ritorno li guardavo dallo specchietto retrovisore della macchina, li sentivo chiacchierare e ridere, ed ho iniziato a piangere, sì a trentasei anni piangevo come un bambino. Quando ad un tratto mio figlio più piccolo, accortosi che piangevo, mi chiede: “cosa c’è papa?”. Gli rispondo: “Nulla sono felice perché vi vedo felici”. Sono un bugiardo, avrei dovuto rispondere che ero triste perché avevo speso gli ultimi 16 euro per le giostre, che mi scusavo con loro perché Babbo Natale non si è potuto permettere la playstation; che non sapevo come pagare due bollette, che il frigo è vuoto, che la mamma ha ragione, non le faccio mai una sorpresa.
Caro Beppe il mio è uno sfogo che avrai ricevuto migliaia di volte, ma oggi ho deciso di scriverti perché mentre ero davanti alla pressa, mi sono ricordato che circa 10 anni fa mi capitò un piccolo incidente. Una molla di un carrello porta fusti si staccò di colpo e mi colpi di striscio la fronte, mi misero 1 punto di sutura, è pochi mesi più tardi arrivò per posta un assegno di 250 mila lire. Mi è balenata l’idea per un attimo di mettere una mano sotto, la pressa, così potevo pagare le bollette arretrate. Ma ho avuto paura.” Alessio
Ouch.
via Beppe Grillo, via Willer Bordon, via spam nei commenti di 06blog
L’Uragano Giovanna è appena ripartito, dopo il suo arrivo due giorni fa. In questo breve lasso di tempo è riuscita a:
- fare tre lavatrici
- stirare tre lavatrici (più le mie arretrate, che col cavolo che io stiro)
- farmi fare la spesa
- farmi rimangiare del pesce che non fosse sushi
- cucinare una lasagna che è la fine del mondo
- pulire TRE volte il bagno e la cucina (tre volte ciascuno)
- scartavetrare vetri, finestre, mobili, piastrelle, pomelli, rubinetti fino a fargli riacquistare il loro colore originario
- costringermi a gettare oggetti inutili che conservavo con cura da più o meno sei anni
Il tutto nonostante l’opera di disturbo dello Tsunami Claudio, altresì nominato dalla popolazione come “Mettiti le scarpe comode che ti fà trottare”, che è riuscito a costringerla a:
- visitare i Giardini di Villa Borghese e le sue numerose ricchezze naturalistiche
- farle girare Via Veneto, la Galleria Colonna e Via del Corso
- portarla su Via dei Fori Imperiali, farla scarpinare su su su fino alla Chiesa di San Sebastiano e a quello di San Qualcosaltro
- spingerla fino in Campidoglio
- farle prendere un autobus nella direzione sbagliata
- costringerla a un sabato in pizzeria da Sforno Pizza (ottima)
- portarla all’Ikea e in TRE centri commerciali (di cui due chiusi, di domenica)
- passeggiarla di qua e di là, in allegria
Capitasse più spesso, io avrei una casa più pulita e lei una linea invidiabile.
[ * Lordìa = Calabrese per "lordura", sporco impossibile generalmente stratificato. ]
“Chi si rivolge al Galliera e chiede di interrompere la gravidanza viene dirottato in un altro ospedale della città, l’Evangelico”, dice Bo. E attacca: “Ma all’Evangelico le liste d’attesa si sono allungate e le donne non riescono ad abortire prima della nona-decima settimana, con disagi fisici e psicologici”. Fino a due mesi fa erano proprio i medici dell’Evangelico a trasferirsi nell’ospedale presieduto da Bagnasco per praticare gli interventi di Ivg o gli aborti terapeutici (al Galliera tutti i ginecologi sono obiettori di coscienza). Circa quattrocento all’anno. Mentre all’Evangelico la media annuale è di ottocento. *
Poi non dite che non hanno fatto bene.
A quando il prossimo sit-in? Avvertitemi che vengo pure io.
Perché diciamocelo, un po’ ci godete. Vi dà quel certo non so che di onnipotenza, fiondarvi nella camera del vostro ragazzo/marito/compagno ed esclamare tutto il vostro disgusto per l’anti-igiene che domina in quel loculo.
Superiorità: io come si fanno le faccende l’ho imparato quando ero ragazzina, e te ancora non sei in grado.
Riscatto: essì che ti lamenti che non lavo mai la macchina. Guarda qua che roba!
Indispensabilità: come faresti senza di me?
E non ne potete fare a meno: cominciate a rassettare la camera come delle indemoniate.
Ispirato dal post di ieri e dalla recrudescenza della questione “pelo/non pelo”, ho ripreso in mano Stilismi Gattici. E ammettiamolo: ti viene un po’ voglia di tornare etero, eh.
Anche di questo dovrò dir grazie a Wikipedia, immagino.
E a due Wikimedia diverse: quella italiana e quella svizzera.
Sta di fatto che sono terrorizzato, ecco.
Ter-ro-riz-za-to. È pure difficile da sillabare, dannazione.
Se in qualche modo sono riuscito a non morire - così - di crepacuore, è stato grazie alla preghiera.
Un frocio che prega, non so se rendo l’idea.
“Signore, salvami” (Spero lo faccia, già)
Niente da fare. Gli aerei, penso, non potrò prenderli più. Ho una paura fottuta. Anzi, più che paura: terrore.
Ter-ro-riz-za-to. Difficile da sillabare, ma efficace come termine.
E l’aver lasciato il mio portafoglio nel mio giubbotto (nuovo) posizionato nell’apposito scompartimento non aiuta.
Meglio così, forse: Ryanair ha dei prezzi folli. Due euri per una striminzita bottiglia d’acqua da un terzo. Due euri. (Quanto ho pagato il biglietto andata-ritorno da Roma a Milano, paro paro).
A proposito: io la tendina del finestrino l’ho chiusa. Col cazzo che guardo fuori.
Cara Niketta, posso?
Mi sentirei di consigliarti un’altra piccola applicazione delle leggi di Muphy così ben descritte da te. Un’applicazione squisitamente natalizia.
Qualunque cosa tu decida di comprarti la vigilia di Natale, ne riceverai un’altra copia da almeno una o due persone.
Sono andato da Intimissimi a comprare cinque dannati boxer, che ero senza? Bene: me ne sono state regalate altre sei paia.
E adesso ho pure la febbre a 38. Che culo.
Scoprire di esser rimasto senza mutande residenti in Calabria: panico.
Comprare 5 boxer da Intimissimi (con lo sconto del 20%) il 24 Dicembre, con la frenesia dei regali: 47 e passa euro.
Tornare mogio a casa, e passare con la macchina sotto un inaspettato arcobaleno: non ha prezzo.
Ci sono cose che possono essere comprate (e pagate care, molto care). Per tutto il resto, c’è un Buon Natale.
Il periodo è quello che è: complesso. Ma un buon augurio non lo si nega a nessuno.
Piedi gelati. Piedi assolutamente, terribilmente, merdosamente gelati.
Di quel gelo che più o meno pensi di sentirlo e invece no, potrebbe anche non essere così, perché non c’hai più una stilla che sia una di sangue che ti circola nell’allucione. Di quel gelo che avresti bisogno della neve per sfregarlo, che sennò ti cade eh. Di quel gelo lì, appunto.
Però figo, dai. Qualcosa come tre ore in piedi, a veder gente cazzeggiare attorno a bici messe all’asta dai Ciclonauti. Scene che neanche all’inaugurazione del Carrefour (che pure lì, diamine, mi sono ritrovato una vecchiettina venirmi incontro appena arrivato; in barella; lei, non io).
Vi dico solo che la prima bici - una robina rosa e un po’ sbilenca, le cui caratteristiche salienti sono state descritte dal banditore come “ha le ruote” e “girano!” - è andata via a quaranta euri, quaranta euri per il disturbatore d’aste in cappotto grigio siiore e siiori. Mica nespole.
E poi mountain bike, city bike, scassoni allucinanti… tutte vendute a cifre atroci. Che vabbè, se l’idea era quella di spingere all’uso della bici, la bici me la compro nuova eh. Però è stato bello il contorno, le perculate, i balletti, le foto (che saranno in giro da qualche parte, ne sono relativamente certo), il freddo.
No, il freddo no. Quello lo avrei evitato volentieri, grazie.
E di bici? Neanche l’ombra. Sarà destino. Io, che c’avrei messo tutta la buona volontà per andare da casa al lavoro ciclottando, sperando di non arrivare troppo tardi. Speranza vana.
Adesso - se ne riparleremo - se ne riparlerà a gennaio, forZe. Che tra l’altro le bici possono viaggiare in metropolitana SOLO di domenica (abbeh, viva il Comune di Roma e la tutela della mobilità alternativa).
Ora abbiate pazienza, ma devo sbrinare i miei piedi. Sperando che non cadano.
Sono cose che metti in conto, ovviamente.
Il rischio c’è e ne sei sempre cosciente, sai che prima capiterà e cerchi di essere preparato all’evenienza, di razionalizzare, di tracciarti in testa un arazzo preciso di ciò che accadrà e quali dovranno essere le tue reazioni.
Però non sei mai pronto. Mai.
In questi ultimi giorni si è scatenata, fra i membri della mia famiglia, la “caccia a Gatto Nero”. Non ho detto “caccia a Claudio”, sto parlando proprio del mio nick. Un alter ego che - nel corso degli anni - ho sempre voluto associare alla mia persona, rendere tutt’uno. E ci sono riuscito: chi cerca Gatto Nero trova me, Claudio Mastroianni, e mi trova senza filtri. Viene a sapere tutto di me. È stata una scelta precisa, sì.
È iniziato tutto un mesetto fa, con una e-mail di un mio zio acquisito. Dalla Svizzera. Aveva trovato - chissà come, chissà perché? - la mia pagina utente su Wikipedia (una versione precedente a quella attuale, dovuta a questo) e se l’era letta tutta, rimanendo commosso, e ci aveva tenuto a farmelo sapere. Non che avessi deciso di non rispondergli, ecco. Solo che… avevo bisogno di tempo. Per metabolizzare, per interiorizzare, per accettare: su quella pagina avevo scritto tanto di me. Troppo? E quando arrivò una seconda e-mail, ancora non ero pronto.
Perché non sei mai pronto. Mai.
Qualche giorno fa invece ricevo un’e-mail da mio fratello. Che ha letto sulla mia pagina delle Info una frase scritta su di lui. E ci teneva a farmelo sapere, e forse - posso dirlo? - aveva preso sul serio una frase che invece era ironica e d’affetto. Ma è un periodo così.
Poche ore dopo, tornando dal lavoro chiamo mia madre. E come nei sei gradi di separazione scopro che mio zio aveva telefonato a mia cugina, raccontandogli della sua scoperta e dicendogli di fare una ricerca su “Gatto Nero”. E mia cugina ne ha parlato con mia madre. Che ne ha parlato con mio fratello. Ma ci sono anche altri cugini, e nipoti, e… Qual è la portata di tutto questo? Avrei bisogno di tempo. Per metabolizzare, per interiorizzare, per accettare.
Ricordate il caso di Kiki, e del suo blog patinato scoperto da ragazzo e famiglia? Si parla degli albori della blogosfera italiana, nel 2004. Tre anni fa, un abisso di tempo per la blogosfera (e trovare un riferimento diventa difficile, fra link rotti e blog chiusi).
Ecco. Solo che nel mio caso non c’è niente di finto, non c’è niente di patinato. Non c’è mai stato. Per scelta, per volontà. E allora è come trovarsi all’improvviso nudo, come un verme, davanti alla tua famiglia riunita al completo per il cenone di Natale. Ti senti… esposto, ti vergogni un po’. Anche se non avresti nulla di cui vergognarti, proprio no. E lo sai. Avresti solo bisogno di tempo. Per metabolizzare, per interiorizzare, per accettare. Per capire fino a che punto la tua vita è cambiata, ora.
Perché non sei mai pronto. Mai.